ÉIRE (Irlanda)

L’ho sognata per anni, l’Irlanda.

Ogni anno si rispolveravano le guide, le pubblicazioni, le foto su internet con il desiderio di visitare “L’isola di smeraldo”. Non c’ero mai riuscito. Anno dopo anno la voglia di Irlanda cresceva dentro di me, portandomi spesso a pensare che forse stavo caricando di aspettative un posto molto scenografico.

Quando ad aprile mi sono messo a cercare una maratona abbastanza distante per poter effettuare la preparazione in tranquillità, la scelta non poteva non cadere su Dublino: 26 ottobre 2009.

Di questo viaggio ci sarebbe talmente tanto da dire che la metà riempirebbe un post lunghissimo.

Innanzitutto i mesi che hanno preceduto la maratona. Le uscite quasi quotidiane per mettere nelle gambe chilometri e minuti di corsa continua, le sudate sotto il sole estivo, le alzatacce alle 5 del mattino per riuscire a correre 2-3 ore senza dover patire il caldo, i litri di acqua e integratori buttati giù, la fatica, la gioia, il pensiero “ogni minuto in meno di corsa è un km in meno che riuscirò a correre a Dublino” ripetuto a mò di mantra quando lo sforzo e la fatica mi piombavano addosso come giganteschi carri da trainare, cercando di convincermi a mollare. Non sono mai stato uno che molla quando il gioco si fà duro, ma la corsa mi ha insegnato a spingermi oltre la soglia della fatica, oltre il limite che mi ponevo quando fino a poco tempo fà dicevo: “Mi si prende male se corro mezzora, figurarsi se riuscirò a finire una maratona!”

Con questa idea, con le gambe che ogni settimana rispondevano bene al chilometraggio che aumentava e le buone sensazioni derivanti da un lungo periodo di allenamento senza infortuni, ho passato un’estate in cui il paramtro di riferimento era il tempo al chilometro, qualunque cosa io facessi.

Passati giugno, luglio, agosto e settembre, ottobre arriva più in fretta del previsto. Pensavo che gli ultimi giorni prima della partenza sarebbero trascorsi lentamente e invece sono volati con un piccolo brivido: dieci giorni alla partenza e un’improvvisa infiammazione al tendine di achille mi fa sudare freddo, risolvendosi a due giorni dalla partenza e impedendomi di completare la rifinitura.

Per comodità, suddividerò il soggiorno in 3 parti.

1.- Dublino e la maratona

Sabato, 24 Ottobre: Si parte!

Siamo io e Sonia (Sonni), amici da anni, diversi per sempre. Lei vegetariana ex-vegana, talmente tanto comunista da far apparire Marx un fascistone. Io onnivoro, di destra. E’ un volo in dormiveglia, tre ore di risate e dormite tra un crampo allo stomaco e l’altro. Atterraggio “a panzata”, evidentemente specialità dei piloti che fanno tratte per il nordeuropa. La pioggerella unita a raffiche incostanti di vento ci dicono: “Benvenuti in Irlanda!!”. Sarà una costante del viaggio, la pioggia. Ma ce lo aspettavamo.

Dublino è come si rivelerà poi il resto dell’Irlanda: una città in toni di grigio, verde e marrone. Palazzi vittoriani si appoggiano a edifici in cemento di dubbia sobrietà. La città è tagliata in due dal fiume Liffey, i cartelli stradali, come nel resto dell’Irlanda, sono scritti sia in inglese che in irlandese (gaelico). Sonni si aspettava più musica, più frenesia. Io non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma tutto quello che vedo mi piace. E’ una città come piace a me: grande, ma misura d’uomo.

L’ostello non è il massimo, delle brandine spoglie e un soffitto un pò bassino, ma l’idea è quella di non passarci troppo tempo. Dopo aver messo un pò a posto i bagagli, usciamo per un primo giro per la città, con l’oscurità che lentamente cala. Il primo dramma per me è non poter bere subito una bella pinta di Guinnes: tra un giorno e mezzo c’è la maratona, meglio non vanificare 6 mesi di preparazione. C’è tutta la vacanza per rifarsi!

La domenica mattina, il giorno prima della maratona, c’è da andare a ritirare il pettorale. Arriviamo agli RDS Showground alle 11.30 con l’impianto che doveva aprire alle 12.00. Non c’è nessuno. Alle 12.15 un tizio esce dalla porta e ci dice “Apriamo alle 12.00”. Noi e altri tre tipi che nel frattempo erano giunti ci guardiamo perplessi. Dopo un pò viene svelato il mistero: tra ore legali e fusi orari avevamo messo indietro l’orologio di 1ora anzichè 2!!!! In pratica eravamo arrivati alle 10.30 e non alle 11.30!!! Ci ridiamo su, almeno al ritiro del pettorale sono arrivato primo! Ne approfitto per scambiare due parole con i tipi (che si riveleranno essere di Manchester) che sono lì con noi. Si parla del percorso, del clima previsto, del tempo che pensiamo di impiegarci…siamo tutti e tre alla prima maratona.

Al ritiro del pettorale segue una sosta al pub per mangiare qualcosa. E’ qui che abbiamo l’onore di assaggiare l’acqua probabilmente più buona del mondo: l’acqua “Tipperary”! Costo: 3,10 € per 25 ml di acqua (si, avete capito bene, 12,20 € al litro!!!!). Visto quanto costa, deve per forza essere l’acqua più buona del mondo!

Passiamo davanti a Merrion Square, già transennata e con in bella vista la linea di arrivo, Fitzwilliam Street, da dove partirà la maratona, il cartello del miglio n.26… sale la tensione, ma passo una nottata serena. La mattina del 26 ottobre mi alzo alle 6.30 per prepararmi. E’ il giorno della maratona.

Cosa ricorderò del 26 ottobre 2009? L’aria fresca e umida del mattino. Il silenzio di una città bloccata da più di 16.000 persone che si ritrovano lì da trent’anni per correre i famigerati 42km e 195 metri. Il timido sole che va e viene. Sonni che mi fa gli auguri. Decine di persone con a tracolla il bagaglio nel quale hanno riposto i propri effetti. Gli strani personaggi vestiti da ape, Batman, Spiderman e da non meglio definiti personaggi di fantasia che corrono per beneficenza. Il sottoscritto con la sua maglietta “Team Temple Street” e sponsorizzata “Come sto?”, fiero di correre per la raccolta fondi dell’ospedale pediatrico  di Temple Street a Dublino. La musica. Il vociare della gente. Lo speaker. I palloni di diverso colore a seconda del numero di pettorale. Il tipo che fa la proposta di matrimonio alla fidanzata prima di partire, acclamato dal resto del gruppo. I partecipanti su sedia a rotelle che ricevano pacche e incoraggiamenti da tutti. La comitiva barese incrociata per sbaglio. La musica del lettore mp3. Il cuore che batte a mille. La partenza. Il primo miglio. Phoenix Park. Il 7° miglio con l’orologio che dice: 62 minuti e 13″. Il 13 miglio con il cartello “You’re halfway from the end. Keep it up!”. La gente che ti diceva “C’mon! You’re looking good!!” anche se ti sentivi sul punto di cedere. Bambini con piattini pieni di caramelle per farti recuperare gli zuccheri. La tipa davanti a me che sviene e i tre che le finiamo addosso. La mezzora e più passata nella tenda del soccorso col ghiaccio sul ginocchio. La ripartenza. Le ultime 10 miglia col ginocchio che faceva un male cane. Il “bucio de culo!” gridato da un gruppetto dietro di me in prossimità del miglio n.23. La paura di non farcela. Le doti nascoste di marciatore scoperte nelle ultime 5 miglia. L’ultimo miglio corso zoppicando e con i crampi. I runner già arrivati che ti incitavano verso il traguardo. La promessa che questa sarà la prima e ultima maratona della tua vita. Gli ultimi 400 metri, lo sprint, le braccia al cielo e la gioia indecifrabile di essere arrivato in fondo ai miei primi 42km e 195 metri. La voglia di partire subito per la prossima maratona.

Medaglia al collo, Sonni che mi abbraccia, il pranzo frugale, la doccia, la gamba che non si muove più e che mi trascino fino alla fermata degli autobus. Neppure riesco a riposare lungo il tragitto per Galway, tanto è il dolore al ginocchio. Non importa. Sono in Irlanda e ho corso la mia prima maratona in 5h 16′ e 27″.

2.- Galway e l’ovest dell’Irlanda

Pioggia. Costante. Una piccola cittadina piena di movimento ma perennemente coperta da nubi grigie e cariche d’acqua. Un porto che ci vuole coraggio a chiamarlo tale, barchette ormegiate ai moli che arrivano fin dentro la città. Quartiere latino, Shop Street, gli anelli di Claddagh. Douglas Adams l’avrebbe bollata come “fondamentalmente innocua”, eppure c’è una piccola magia in una città dove, in sostanza, non c’è un emerito. Sarà che qui la musica la senti davvero lungo la strada, sarà che per quanto piccola c’è sempre movimento di residenti e turisti, sarà quell’aria di porto di mare d’altri tempi, sarà il fascino dell’arco spagnolo datato 1500 o dei tipici pescherecci ormeggiati in banchina. Ricorderò Galway per gli anelli di cipolla fritti più buoni che abbia mai mangiato (soprattutto se amate il pesce, vi consiglio la Mc Donagh’s Seafood House di Quay Street), mentre per la cucina tradizionale consiglio il piccolo e accogliente Riordan’s (fanno una Shepherd’s pie tremendamente buona).

Da Galway ci siamo mossi per le visite al Connemara, ai Cliffs of Moher e al Burren.

Il Connemara è affascinante. Torbiere a perdita d’occhio, torrenti e laghi dalle acque scure, quasi nere (normale conseguenza del passaggio dell’acqua attraverso il carbone), paesaggi incantati come il grande lago sulla cui riva sorge la Kleymore Abbey. Purtroppo la giornata estremamente piovosa non ha aiutato, ma vale davvero la pena farci un giro.

Discorso differente per il Burren e per le splendide scogliere di Moher. Complice la bellissima giornata di sole, il già particolarissimo scenario del burren irlandese ci ha davvero colpito. Un terreno lastricato di roccia, pietra; un mare di pietra, dal quale affiorano ciuffi d’erba e spavaldi fiorellini. E’ difficile da descrivere. Il Burren deve essere assaporato, nel silenzio immobile nel quale è immerso. Desolazione che trasmette magnetismo.

Quando dal Burren ci spostiamo verso la costa, non potevamo immaginare uno scenario come quello delle scogliere di Moher (Cliffs of Moher). Che non abbiano nulla di diverso da alcuni panorami liguri, con nuda roccia a picco sul mare, è fuori discussione. Quel che colpisce è l’altezza e la maestosità di queste scogliere. Un volo di 214 metri al termine dei quali c’è l’oceano che in ogni istante rinnova la sfida a quelle pareti che di cedere non hanno alcuna intenzione.  Colonne di roccia che sembrano ergersi dalle acque, rombo delle onde bianche di spuma. Verde. Ovunque, acciecante. Mucche che pascolano a pochi metri dallo strapiombo. Le scogliere di Moher ti lasciano lì, senza fiato, a fantasticare su luoghi lontani o, più semplicemente, sulle Isole Aran che si vedono in lontananza.

3.- L’Ulster e il nord dell’Irlanda

Pioggia. Di quella pesante che ti impregna anche le ossa. Cielo cupo, grigio, espressivo come un blocco di asfalto. Arriviamo a Belfast che sono le 8 del mattino e sorpesa ci coglie quando ammiriamo la City Hall e la nuova Belfast, quella in cui la gente passeggia finalmente serena dopo anni di attentati e faide. E’ stata un’esperienza dura, cruda, la mia visita nel nord Irlanda, una parte dell’isola che ha un magnetismo tutto suo che cercherò di descrivere.

Se fossi arrivato a Belfast e a Derry (Londonderry), senza conoscerne il passato e la storia, mi sarebbero parse città normalissime. E’ forse per questo che le statue dei soldati attorno alla City Hall di Belfast hanno assunto significati particolari e le case basse, alcune delle quali ancora con sbarre alle finestre e porte blindate, dei quartieri popolari mi hanno fatto provare sensazioni di dolore e angoscia che non avevo mai provato. Passeggiare per Derry (Londonderry) è come camminare in un cimitero. Su ogni muro, ad ogni angolo, c’è la foto e l’epitaffio di chi, bambino o adulto, uomo o donna, è morto nel corso degli scontri tra Protestanti e Cattolici, ovvero tra Inglesi e Irlandesi. Il Bogside di Derry e i suoi murales ad imperitura memoria delle lotte per la democrazia, la lapide gigantesca con su scritto “You are now entering Free Derry” (Stai entrando nella Derry Libera), i fiori, i lampioni pitturati alla base con i colori dell’Irlanda pur essendo in territorio Britannico, il muro che separa la Derry Protestante (Londonderry) dalla Derry Cattolica, il Bloody Sunday Memorial… ti sconvolgono quando vieni da una città come Civitavecchia…

Il racconto della guida si snoda tra le mura cittadine, mura costruite dagli inglesi per tenere fuori gli irlandesi o chiunque non accettasse la lingua inglese come unico linguaggio. Cosa si prova ad essere stranieri in casa propria? mi sono chiesto. Si passa per le porte della città, si cammina lungo vie strette e si scende giù verso il Bogside, al di fuori delle antiche mura cittadine. Il racconto prende toni sempre più angoscianti ed amareggiati mano a mano che la guida ci racconta degli scontri; scontri che ha vissuto in prima persona da ragazzo.

Sorprende, in un certo senso, trovare un luogo come il “Cafè del mundo” o il “One World Centre”. Un bar dedicato al commercio equo e solidale, all’agricoltura biologica, allo sviluppo sostenibile e dalla storia stranissima: donato da un uomo agli attuali gestori assieme ad una fattoria. La condizione: curare la fattoria e gestire il bar utilizzando principalmente i prodotti della stessa. Entrare in quel bar e trovare clown e attori che intrattengono bambini è una nuova sensazione, un qualcosa di inaspettato che ti strappa un sorriso.

Abbiamo passato parte del tour alla Giant’s Causeway, la Passeggiata del Gigante, e abbiamo scoperto perchè viene considerata “Il parco giochi più grande d’Irlanda”. E’ incredibile il numero di vaccate e giochi che si riescono a fare su colonne basaltiche esagonali. Si torna bambini e, una volta di più, lasci che la bellezza e la particolarità della natura, così dirompente in quest’isola, la terra dei Leprechauns (i folletti), ti entri dentro, pervada i tuoi sensi, lasciandoti affascinato e…libero…

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6 thoughts on “ÉIRE (Irlanda)

  1. La Dublin Marathon 2009 è stata la mia prima maratona all’estero. Leggendo il tuo racconto mi sono tornati i brividi. Che emozioni quel giorno. Non dimenticherò MAI le persone su tutti il percorso ed il muro umano di persone davanti al trinity che mi hanno scortato tra applausi ed urla mentre coronavo il mio PB col sorriso sul volto e l’emozione in tutto il corpo!

    Dopo leggo il resto della tua vacanza 🙂

    ciao 🙂

  2. Paradossalmente, essendo la mia prima maratona in assoluto, le 5 ore e passa impiegate sono anche il mio PB 🙂
    Spero di riuscire a migliorarlo a Roma il 21 Marzo (anche se il ginocchio mi da ancora fastidio e non riesco a correre per più di un ora al momento)

    Tempo fà ti chiesi se potevo aggiungere il tuo blog al mio blogroll, ci son problemi? 😉

    Ciao!

  3. Certo che come prima maratona dublino direi che hai scelto il top … 🙂 Purtroppo preparati … in Italia non è per nulla così … 😦

    Io tenterò domenica a Reggio di fare nuovamente il personale … in bocca al lupo per Roma … in quel periodo sarò impegnato in altre Maratone veloci 🙂

    Non ho letto la tua richiesta del blogroll … metti pure … nessun problema 🙂

  4. Guarda … secondo me (e non solo) esistono 2 tipi di maratone:

    1) quelle da vivere
    2) quelle da tempo

    In questo momento sono molto più per le “2” … quindi roma passa … e poi non mi ispira molto 😀

  5. Avessi scoperto il piacere di correre qualche anno fà, probabilmente ora sarei anche io per le ‘2’.
    Per quel che mi riguarda sono contento di arrivare in fondo, anche se il desiderio di migliorarsi c’è sempre 🙂

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