Patagonìa…

…romanzo tra il serio e il faceto. Esattamente: iperrealismo grottesco. (cito il sottotitolo)

Patagonìa - Dario Falconi - Prospettivaeditrice

Patagonìa

Seconda fatica letteraria del giovane Dario Falconi che in “Utopsia” mi aveva piacevolmente colpito. La differenza, come anche l’autore ci ha tenuto a precisare all’atto della presentazione, è che in questo c’è una storia, una trama.

Cercherò di rivelare il meno possibile della trama, sappiate comunque che si tratta del rapporto tra moglie e marito che dopo 25 anni di matrimonio si regalano un viaggio in Patagonia, a suggello di una promessa fatta anni prima. Questo è il pretesto che Dario (scusate ma lo conosco da più di 15 anni e mi viene strano chiamarlo Falconi.)  usa per sviluppare la trama e per raccontare uno dei maggiori problemi di oggi: l’assenza di comunicazione.

Assenza di comunicazione, il paradosso dell’era moderna fatta di media a portata di mano, di dito. Lo diceva Jim Carrey nel suo film meno conosciuto “Eternal sunshine of the spotless mind” (orrendamente tradotto in “Se mi lasci ti cancello”): “Parlare di continuo non vuol dire comunicare”. Questo è quello che sta succedendo in un mondo in cui si viene continuamente bombardati da pubblicità  e (dis)informazione nella sovrabbondanza mediatica;  in questa difficoltà nel comunicare i rapporti umani divengono sempre più complicati, sempre più si fatica a recepire e trasmettere messaggi, troppo preoccupati a curarsi del “come” piuttosto che dal “cosa”.

“…E lui le aveva detto quello che ogni uomo sa dire. Che l’amava, certo. Di un amore unico che nessun altro poteva comprendere. Che lei era la sola che potesse desiderare.”

è tratto da uno dei passaggi che più ho apprezzato. Quanto spesso sentiamo parole vuote, poesia spicciola di chi reclamizza i propri sentimenti senza badare troppo al contenuto dello spot? Promesse e parole che illudono, che quando non mantenute o impoverite da una siccità di sentimenti portano alla più subdola delle violenze: quella silenziosa, lenta, fatta di abitudine che diventa indifferenza. Così le persone spariscono, si dissolvono nel silenzio di una casa sempre più loculo e sempre meno accogliente focolare. Oppure si arriva al gesto estremo, all’esplosione, alla disperazione che si apre violentemente la strada.

Lo stile è quello di Dario: un utilizzo complesso della lingua, continui giochi di parole (sempre ricercati e mai messi lì per caso), varietà di vocaboli che può lasciare interdetti, spaesati e che potrebbe risultare estremamente difficile ai più, ma in questo ho trovato anche uno stimolo ad ampliare il proprio vocabolario che non è da sottovalutare.

Il romanzo è lungo 66 pagine. Proprio così. Esperimento, a mio parere riuscito, di ridurre all’osso trama e descrizioni per evitare di cadere nel tranello del bombardamento di parole e immagini che potrebbero finire con l’annoiare il lettore.

Perchè lo consiglio? Perchè offre novità sul panorama letterario, perchè il costo di 10 euro lo rende accessibile a tutte le tasche e, soprattutto, perchè nella sua complessità è un libro che si legge bene, lasciando fuori il superfluo arrivando dritto al punto, al cuore del tema principale. Per quanto paradossale, lo vedo molto adatto ai giovani e a chiunque sia stufo di affrontare libri da 800 pagine che potrebbero esssere tranquillamente ridotti a 200 (vedi Brisingr di Paolini – si spreca meno carta, si tagliano meno alberi e c’è più spazio sulle librerie per nuovi libri e nuovi autori).

Per le ragazze: corre voce sia un bell’uomo 😉

Voto 7,5 + 0,5 (sulla fiducia per un miglioramento che c’è stato e ci sarà). Totale 8. Che magari assegnato dal sottoscritto vale quanto il parere di un tizio qualunque che passa per strada, ma spero possa incoraggiare l’acquisto di questo libro perchè lo merita.

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