Ganbare NIHON!…

…ovvero: Giappone, forza!

Mi ci sono voluti un po’ di giorni per riprendermi. Non dal fuso orario, quello la mattina dopo era già smaltito e archiviato. Bensì dalla delusione che negli ultimi giorni si è tramutata in una sofferenza dell’animo nel vedere un popolo colpito così duramente dal destino.

C’è bisogno di mettere nero su bianco quel che mi ha lasciato il Giappone pre-terremoto/tsunami. Occorre riorganizzare le idee. Per questo riporto qui sotto i miei (dis)ordinati appunti di viaggio:

TOKYO

Una New York all’orientale, una melting pot del Pacifico nella quale ritrovare familiari tratti europei. Arrivandoci col treno dall’aeroporto di Narita ti sembra una riproduzione della Grande Mela, una imitazione poco fortunata di quell’assoluto capolavoro che è NYC. Girandola ti accorgi che i grattacieli però hanno qualcosa di strano, che le grandi e trafficatissime strade  sono diverse che l’imitazione ha, in realtà, una propria identità ben definita. Il Rainbow Bridge non è il Ponte di Verrazzano, la Torre di Tokyo non è la Tour Eiffel.

Tokyo è la civiltà del 3000. Per nulla intimorita dalla tecnologia, ma attenta all’uomo, alla persona. Guarda al futuro pur tenendo in forte considerazione passato e presente. E’ una metropoli che si muove a ritmi velocemente lenti. E’ la calma nel velocista. Una Usain Bolt di cemento armato e acciaio.

Qui ti rendi conto di essere un gaijin, uno straniero. Ti accorgi, per una volta, di essere la minoranza barbara fuori dai costumi di un popolo. E se vieni da Civita il divario è ancora più netto. Perchè, brutto a dirsi, a Civita non sei abituato a certe forme di cortesia, di rispetto. Perché quando entri un negozio, a Civita, trovi il commesso seccato che se rompelescatoleperchèmodevedarettaateenunpo’mannàlessemmesseallapischellaoarpischello. Quando sei sul treno, da Civita a Roma, è facile imbattersi nel controllore scojonatoperchénunmareggedafaaaacontrolleria. Insomma, nn sei abituato a persone che ti accolgono con un inchino e col sorriso perennemente stampato in viso, che non hanno fretta di liberarsi di te, che se possono darti una mano te ne danno due, che fanno tutto con una solennità e una cortesia, per noi, imbarazzante. Anche quando si tratta di darti un resto alla cassa o un caffè al banco.

Il silenzio. In metro, in giro per strada. Parlano tutti a bassa voce, quasi a non voler disturbare il vicino. Non squilla un cellulare, consapevoli (loro) del fatto che suonerie tipo “Bella topolona” scassano i maroni come poche altre cose al mondo. Se senti un casino, prima ancora di intuirne l’idioma sai già che sono italiani. E’ quasi matematico.

Per contro, quando arrivi in quartieri come Shibuya o Roppongi, il mondo attorno a te cambia e vieni catapultato nuovamente in occidente. La vita riprende il ritmo frenetico delle metropoli, i neon squarciano la notte, la gente si riversa nelle strade e i giovani sfoggiano gli abiti all’ultima moda, erroneamente convinti di essere ben vestiti. Zero senso del gusto, in questo. Eccezion fatta per gli studenti in divisa e per quei meravigliosi personaggi che non temono di esser presi per matti quando si vestono da cartone animato (se ne vedono tantissimi, per fortuna), il teenager medio del Sol Levante è un’accozzaglia di capi d’abbigliamento che, come le parole di una canzone di Vasco, probabilmente vengono presi, messi dentro un secchio, agitati e distribuiti sul corpo senza un filo logico. Insomma sono meravigliosamente trash.

A Tokyo c’è il Ghibli Art Museum, un gioiello creato da Miyazaki nel quale trovi il Nekobasu (il gatto-autobus di Totoro), Totoro al botteghino, il robot di Laputa nel giardino pensile sul tetto, la riproduzione di un piccolo studio tappezzato di bozzetti, tavole inchiostrate, modellini delle più strambe e improbabili macchine volanti immaginate da Miyazaki, storyboard originali e album di tavole. All’ingresso ti consegnano il biglietto per il cinema Saturno, dove si può assistere alla proiezione di un cortometraggio inedito. L’amore di Miyazaki per l’Italia lo si respira ovunque: il negozio di souvenir si chiama Mamma Aiuto! come la banda di pirati di Porco Rosso, quadri raffiguranti lo Stivale, tavole di Porco Rosso e schizzi inediti con scenari italiani (Roma, Capri…). Un paradiso…

KYOTO

E’ la capitale. Punto. Non c’è da stare li a discutere. Tokyo potrà essere, sulla carta, la capitale del Giappone, ma solo a Kyoto si respira quell’atmosfera di città antica ricca di storia e tradizione. Sai quell’aria da: “Ho secoli di anzianità sul groppone e non ho paura ad usarli”? Ecco. A Roma puoi trovare palazzi moderni e, dieci metri più avanti, qualche rudere del 300 a.c.; a Kyoto trovi un grattacielo ultramoderno e un palazzo dell’epoca feudale che gli fa da chioccia. Eleganza. Antico e moderno non si pestano i piedi a vicenda, ma si fondono in un armoniosa architettura.

La periferia di Kyoto sembra un film di Hayao Miyazaki: case e palazzine basse a 2-3 piani, aiuole, parchi, adorabili botteghe, mercerie e negozi, il lento incedere di bus e furgoni. Ci manca Totoro e lo scenario è completo. Templi alle pendici dei monti. L’accecante bellezza del Kinkaku-ji (il Padiglione d’Oro) nelle giornate di sole, il silenzio del giardino zen del Ryoan-ji, il calore dei torii arancio circondati dal verde smeraldo della foresta di bambù del Fushimi Inari, mentre le kitsune (le volpi) ti osservano. Si dice che le volpi riuscissero a penetrare l’animo umano, comprendendo la vera essenza della persona.

La sera passeggi per il quartiere di Gion e vieni catapultato nel film Memorie di una Geisha. Lanterne rosse appese, strade lastricate, ponticelli sotto i quali scorre un fiumiciattolo ciottoloso. Alberi di ciliegio (ahimè, niente fiori di sakura, solo gemme) ne accompagnano il corso, mentre i vicoli stretti sui quali si affacciano i retrobottega dei ristoranti si popolano di cuochi e camerieri in pausa. Non ci sono maiko in giro. E’ difficile trovarle. Si fiondano subito nei locali e arrivederci. Sono presenze sfuggenti di una tradizione che non muore, tenuta viva dalla leggenda che l’avvolge.

A Kyoto ho forse il ricordo più bello di tutto il viaggio. Il secondo giorno mi sono svegliato presto per l’ultima sgambata che precede la corsa. L’aria era quella che piace a me: gelida, frizzante, che come metti il naso fuori ti sveglia più di mille caffè. Avvolto dal silenzio, nella penombra di un mattino ancora troppo giovane, ho iniziato a correre seguendo la strada che dall’ostello procedeva verso una serie di curve in discesa. Alberi a destra e sinistra che di tanto in tanto lasciavano intravedere il vialetto di accesso a un tempio o ad una casetta. Al termine della discesa gli alberi sono scomparsi, lasciando spazio ad un laghetto con aironi e cormorani. Vederlo così, ancora addormentato mentre il sole nascente lo illuminava timidamente, è stata una delle emozioni più belle che questo viaggio mi ha regalato. Mentre continuavo la corsa, con il sole che si alzava sempre di più, ho incontrato vecchietti che facevano camminare i cani in quella che era chiaramente una zona agricola. Mi salutavano, sorridenti, accennando un  inchino con la testa. Io salutavo di rimando e pensavo che forse doveva essere strano, per loro, incrociare uno straniero mentre correva per le loro campagne. Ho avvertito un’emozione difficile da decifrare e mi ci è voluto un po’ per comprenderla. Me lo ricordo bene: ero sull’autobus che ci stava portando al Nijo Castle e ad un tratto mi sono sentito leggero, sollevato. Era serenità. Mi sono reso conto che, in quei 30 minuti di corsa, mi ero sentito in perfetta armonia con quel che mi circondava, di aver trovato il mio posto nel mondo.

HIROSHIMA

E’ la perfetta immagine di cosa può fare l’uomo, nel bene e nel male. Arrivi col treno e ti appare come una normalissima città, piena di vita, di gente sorridente. Alcuni dei tram sono talmente vecchi che quando ci sali vieni trasportato in un’epoca in toni di seppia e bianco e nero. Attorno a te ci sono palazzi moderni, centri commerciali, stadi ultramoderni. Difficile pensare che sessant’anni fa non avresti trovato nulla, tutto raso al suolo dalla Bomba.

Il Peace Memorial Museum ti fa gelare il sangue nelle vene. Una visita ridimensiona qualunque problema tu possa avere nella vita. Le testimonianze, i cimeli, le foto. L’orologio fermo sulle 8:15 del mattino, i blocchi di calcestruzzo con le schegge di vetro penetrate per 10 cm, i resti degli abiti, degli oggetti di uso quotidiano… Arrivi alla campana di vetro dove ci sono alcune delle gru piegate da Sadako, leggi che la bambina, ormai malata terminale, è morta nel vano tentativo di piegarne mille (secondo la leggenda si realizza un desiderio) e scoppi in lacrime. Prosegui con le gambe che ti tremano e il cuore pesante. Non puoi fare altrimenti. E’ straziante, un’agonia che però smuove quei sentimenti sopiti di amore per un fratello che non hai mai conosciuto, ma al quale sei vicino da sempre. Il retrogusto, amaro, dello schifo, della vergogna. Ti senti sporco perchè sei parte di una razza che è stata capace di un simile orrore.

Passi davanti all’A-Bomb Dome, lo guardi, te lo imprimi per bene nella mente e senti una vocina dentro che ti dice mai più!. Cammini per i parchi, lungo il fiume, e ti accorgi che è la stessa Hiroshima a rasserenarti. Nella vitalità delle persone trovi il conforto di cui hai bisogno per tornare a credere nell’umanità.  Sorridi ai commessi che ti riempono di cortesie, guardi incuriosito un vecchietto con il berretto dei New York Yankees e sorridi. Sorridi in modo genuino, perchè qui respiri ovunque l’amore dell’uomo per l’uomo.

Hiroshima è la patria degli okonomiyaki (letteralmente “cucina ciò che vuoi”), le frittelle che preparava sempre Marrabbio. Hiroshima è la patria delle ostriche, che però a me non piacciono. Hiroshima è la città del Sanfrecce, leggendaria squadra di calcio che tutti gli appassionati di Playstation hanno scelto almeno una volta nella loro vita.

Hiroshima è il punto di partenza per l’Isola di Miyajima, l’isola che nasconde una Dea. Non riuscivo a capire perchè, finchè un tipo sul traghetto mi ha fatto notare come la silhouette dell’isola ricordi un volto femminile. Ti lascia di stucco. Miyajima è l’isola del torii galleggiante e del tempio inari su palafitte. Miyajima ti accoglie con cervi che passeggiano tranquilli tra la gente e che non disdegnano un pasto a base di carte turistiche, il profumo delle pasticcerie che preparano i rinomati dolci a forma di foglia d’acero e la quiete che ti fa fare pace col mondo. Lo osservi, il mondo, seduto sul pontile del tempio, attraverso il torii galleggiante, e ti accorgi che è come guardare gli occhi della donna che ami: il preludio a qualcosa di sconfinato, di infinito.

TOKYO MARATHON 2011

Cosa mi è rimasto della Maratona di Tokyo 2011? Tanto. A cominciare dall’emozione di essere parte di un avvenimento che ha bloccato un’intera metropoli per qualche ora. Giornata splendida: 18°C e nessuna traccia della tramontana che spazzava la città la sera precedente. Lungo il tragitto dall’hotel a Shinjuku in molti mi hanno fatto gli auguri. Mi sentivo bene, sereno. In parte rassicurato dal talismanino che avevo preso alla fiera (di buon augurio per arrivare fino in fondo), in parte dal fatto che mi sentivo bene: fresco e riposato per il grande evento. Bacio alla mamma, riscaldamento, stretching, sosta gabinetto, posizionamento ai blocchi di partenza. Attorno a me gli immancabili cosplay: Lady Oscar, Freezer di Drangonball, una specie di Pikachu obeso. Decido che è il momento di attivare la modalità Vaccate e indosso la mia fascia da samurai con su scritto Spirito Guerriero. Non potevo esimermi.

Controllo l’orologio, sono le 09:08. Penso che con tutta quella gente difficilmente verrà rispettato l’orario di partenza delle 09:10. Sbagliato! Alle 09:10:17 sento lo scoppio dei fuochi d’artificio e l’urlo di battaglia del fiume umano davanti a me. Si parte!

Transito dalla linea di partenza circa 15 minuti dopo il via, faccio partire il cronometro ed ecco che la mia maratona comincia. A parte il primo chilometro, corso in 7′ per via della folla, nei primi 10 chilometri sono sul mio ritmo gara di 5’40”. Mi sento bene. Mi sento un drago. Transito al 15° con le gambe che vanno praticamente da sole. Non potevo immaginare che nel giro di 3 km e mezzo sarei stato fermo a digrignare i denti dal dolore. Appena passato il 18° km ho sentito una fitta al ginocchio destro. Inspiegabile, inaspettata, inopportuna. Provo a stringere un po’ i denti, ma dopo 500 metri sono fermo e non cammino più. Vengo soccorso da un ragazzo dello staff medico che ha pronta la bomboletta del ghiaccio, mi controlla il ginocchio, mi chiede se voglio ritirarmi. Io dico di no e provo a fare qualche metro. Il dolore continua, ma grazie al ghiaccio si sente un po’ meno. Non riesco a correre, però cammino, e così mi avvio dolorante verso il 19° km. Al 22° vedo le stelle. Ogni passo una fitta che va dritta al cervello. Vedo in lontananza lo stand dello staff medico. Penso al ritiro. Poi rinsavisco. Volevo regalare la medaglia a mia madre, visto che ci teneva tanto a fare il viaggio con me. E’ venuta in Giappone anche per vedermi tagliare il traguardo, non posso deluderla. Stringo i denti e il dolore lentamente si affievolisce, la camminata si scioglie, ma di correre non se ne parla. Poco male, camminerò fino in fondo preoccupandomi solo di non salire sopra i 9′ al km.

I venti km che mi separano dall’arrivo sono un mix di dolore e divertimento. Camminando posso godermi la folla che lungo il percorso mi urla Ganbare! (Forza!) e mi sprona a proseguire. Qualcuno, leggendo la scritta sulla mia fascia da samurai, mi urla Fighter! o Gaijin Samurai!,  mi offre cioccolate, caramelle, pezzi di frutta, acqua. Il calore della folla è straordinario e gli spettacoli di danza e musica ci tengono compagnia. Il sole splende e non faccio più caso al dolore.

Al 38° km inizio a vedere il Big Sight, punto di arrivo della maratona. Guardo l’orologio: 5 ore e 26 minuti, un’eternità. Non ringrazierò mai a sufficienza chi ha disegnato il percorso infilando a 4 km dall’arrivo una bella salita con pendenza niente male. Maledetto. Ho le gambe di marmo mentre la percorro e scollinando trovo il 39° km e il cartello “Only 3,195 km left!”. Stringo i denti e cerco di alllungare il passo, ma devo fare i conti con le energie ridotte a un lumicino, il ginocchio che continua a bloccarsi, i piedi che fanno male e i crampi che iniziano a farsi vivi. Che razza di tempismo…

Arrivo in volata con un cieco e il suo accompagnatore. Che modo di finire una maratona!

Chiudo in 6h 06m 01s.

Al traguardo mi intervistano dalla tribuna, mi fotografano e mi chiedono un opinione sulla corsa. Ho anche l’occasione di stringere la mano al sindaco di Tokyo, rimasto fino alla fine. Altra lezione di stile. Riconsegno il chip, ritiro l’asciugamano e la bellissima medaglia.

Arrivo al punto di riunione dove trovo mia madre assieme a una ragazza dell’organizzazione che le stava dando assistenza nel tentativo di capire che fine avessi fatto. Cerco di non farla preoccupare camminando il più naturalmente possibile, ma è pur sempre mia madre e il trucco non funziona. Anche se non cammino e passo mezzora all’infermeria, non potrò mai dimenticare questa corsa. Non so quale meccanismo si inneschi nella mente di chi conclude una maratona. Mentre camminavo, tra una fitta di dolore e l’altra, giuravo a me stesso che questa sarebbe stata l’ultima. Appena arrivato, ero già con la testa alla prossima, possibile, maratona. Ad ogni modo, ne è valsa la pena.

Ed ecco le foto. Se non riuscite a visualizzarle, fatemelo sapere: Nihon 2011

 

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4 thoughts on “Ganbare NIHON!…

  1. caspita Benetto, proprio stasera che sono fuori (sono sempre un po’ fuori ma stasera sono fuori di casa ^_^) al corso di sfoglia scrivi tutto sul tuo viaggio in giappone!!!
    non è giusto!!!
    appena posso vengo a leggere tutto con attenzione e a guardare le foto.
    baci
    Mirka

  2. hehehehe dai, appena puoi startene un po’ tranquilla dagli una letta 🙂

    le foto sono un macello, lo spazio web che ho su Virgilio va sempre peggio. Sto cercando di risistemarle, ma intanto potete vederne qualcuna.

    baci

    Ben

  3. appena possibile leggo tutto tutto, sono stra curiosa e aspettati domande su domande!!
    hai ragione sui contest.. ce n’è uno per tutto, infatti mi sono già un po’ rotta di partecipare, infatti penso che la darò sù ^_^
    questo fine settimana devo preparare dolci per 50 persone per una festa di compleanno, credo che per 3 giorni il mio forno andrà di continuo… speriamo che regga!
    a presto caro, sono contenta che sei tornato a scrivere, ti leggo sempre volentieri.

  4. ho letto un pochino.. il resto lo tengo per domani.
    guardavo le foto e c’è quel posto con le statue delle volpi con le faccine minacciose
    che sono le stesse di un tempio che avevo visto disegnato in un fumetto di qualche anno fa che si chiama Aria. anche la scalinata che sale con gli archi rossi è proprio la stessa che avevo visto nei disegni… molto belle le foto degli sposi tradizionali e anche quelle delle studentesse…

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