Pubblico…

…una bella e intelligente lettera scritta dai maratoneti, nella figura di Antonio Bacci (fonte: Corrici Soprahttp://bacci-udine.blogautore.repubblica.it/) al sindaco Bloomberg.

Non mi ero ancora espresso sull’annullamento di quella che è la maratona più famosa del mondo, ma questa lettera riassume quasi in toto il mio pensiero:

Lettera dai maratoneti al sindaco di New York

Postato in Senza categoria il 3 novembre, 2012

Spettabile sindaco Bloomberg,
Le scrivo interpretando i sentimenti e i pensieri di decine di maratoneti del Friuli Venezia Giulia, giunti nella Sua (e un po’ anche nella nostra, perché New York è un patrimonio globale), martoriata città.
Lo abbiamo fatto in punta di piedi, col dolore nel cuore e le lacrime agli occhi per quello che l’uragano aveva prodotto solo a qualche isolato dai nostri hotel.
Lo abbiamo fatto informandoci, domandandoci già in Italia se fosse il caso di correre una maratona in queste condizioni, e soprattutto chiedendolo a Lei, che di questa città è il padre istituzionale.
Mercoledì scorso, quando abbiamo sentito le Sue parole in conferenza stampa, ci siamo sentiti partecipi di un progetto. Non poteva, non doveva più essere una festa sportiva, questa maratona di New York 2012. Doveva essere un segnale forte, il simbolo di un riscatto che partisse dalla fratellanza di decine di migliaia di sconosciuti, uniti dalla fatica e dalla volontà di mostrare la parte più vera e pulita di se stessi.
Abbiamo ripensato all’11 settembre, alle immagini commoventi della maratona del 2001, con il pubblico e gli atleti di tutto il mondo divisi dalle transenne ma uniti dalle stesse lacrime, la medesima consapevolezza di una missione: scrivere il primo capitolo di un nuovo libro, quello della rinascita.
Molti di noi hanno affrontato vere e proprie odissee nei cieli, sacrificato i risparmi di una vita, per raggiungere la Sua città.
Lo abbiamo fatto perché eravamo pronti a dare il nostro meglio, come i volontari che in questi giorni terribili si affannano nei quartieri senza luce, acqua e cibo. Come i poliziotti che continuano a dividere, insonni, ogni notte il paradiso della tecnologia di Uptown dall’inferno del crimine e dell’oscurità giù a Downtown. Come le rockstar che in tempi rapidissimi si sono riunite e hanno raccolto una montagna di soldi in un megaconcerto di solidarietà per le vittime di Sandy.
Tutti hanno fatto quello che nella vita sanno fare meglio: hanno scavato a mani nude, hanno vigilato, hanno suonato.
Noi sappiamo correre. Avremmo voluto correre, una volta che Lei, mercoledì scorso, ci ha detto chiaro che la Sua città aveva bisogno di questo segnale.
Dopo due giorni, però, è apparso in tv e ha dichiarato che le condizioni erano cambiate. Che la maratona, lo stesso simbolo del riscatto dopo la tragedia delle Torri gemelle, questa domenica sarebbe stata “fonte di polemiche e di divisioni”.
Non Le chiediamo tanto se non potesse deciderlo prima, di fronte alle prime immagini degli effetti devastanti di questo uragano.
Non Le chiediamo se sia stato giusto consentire ai commercianti dell’expo di incamerare tutti i guadagni della vendita del merchandising, prima di annunciare la cancellazione della corsa.
Non Le chiediamo nemmeno quale ruolo abbia giocato, in questa scelta, una corsa ben più importante, con due soli iscritti, in programma martedì prossimo con arrivo alla Casa Bianca.
Le esprimiamo solo il nostro disagio e il nostro rammarico per averci relegato, di fronte all’opinione pubblica, nel ruolo dei 47 mila ricchi, fanatici e insensibili appassionati di running. Adulti un po’ bambini, tristi non tanto per gli sfollati, ma perché domenica non potranno mettere in scena il loro spettacolino.
Sappia, invece, che dietro c’è molto di più. C’è la parte migliore delle nostre vite. Le albe di fatica, i dolori fisici, i sacrifici economici e alimentari, il tempo sottratto alle famiglie e strappato al lavoro, e spesso anche al sonno, per potersi allenare, per temprare fisico e mente.
C’è la consapevolezza che la vera vittoria non è solo di chi taglia il traguardo per primo, ma di chi ne condivide la capacità di superare i propri limiti, di dare il 110 per cento di sè.
Ecco, questo ci tenevamo a dirLe, signor sindaco. Il nostro meglio, questa domenica, sarebbe stato tanta roba. Sarebbe venuto da tutto il mondo con sudore, fatica, lacrime, cartelli e messaggi di solidarietà. Sarebbe stato un esempio, un segnale di rinascita. E non avrebbe fatto vergognare nessuno.
Non dubiti, gli occhi li abbiamo anche noi. Vediamo le Sue stesse immagini. Capiamo bene che oggi, a New York, le priorità siano altre.
Ma crediamo sia giusto ricordarLe che a uscire a testa alta da questa settimana siamo noi, non Lei.
Noi eravamo disposti sin dal principio a non correrla, questa maratona. Ma di certo, una volta partiti, non ci saremmo mai ritirati.
Questo sappia, dai maratoneti del Friuli Venezia Giulia e dai loro colleghi di tutto il mondo.
Con i migliori auguri di una nuova alba di speranza.
Antonio Bacci

e questa è la versione in inglese:

Dear Mayor Bloomberg,
I write this letter to you interpreting the thoughts and feelings of dozens of marathoners from Friuli Venezia Giulia who have arrived here in your (and also, to some degree, “our”, since New York is patrimony of the world) martyred city. We have arrived quietly, with pain in our hearts and tears in our eyes for what the hurricane has produced only a few blocks from our hotel
We have done this after informing ourselves and asking ourselves back in Italy if it made sense to run a marathon in these conditions, and above all asking directly to you, who are the institutional father of this city.
Last Wedneseday, when we heard your words in the press conference, we felt like participants in a project. The New York marathon of 2012 would not just be a sporting event, but a symbol of reconstruction and rebirth that would come from the brotherhood of tens of thousands of strangers united by the desire to show the truest and most noble part of themselves.
We thought back to September 11th and the powerful images of the 2001 marathon in which athletes and public from every nation, divided by barriers but united by the same tears, felt the same understanding of a mission: to write the first chapter in a new book of rebirth.
Many of us have faced the challenges of the stormy clouds, sacrificing our life savings to arrive in your city.

We did this because we were ready to give our best, like the volunteers who in these terrible days work feverishly in the neighborhoods without electricity, water or food. Like the police who continue to divide, sleeplessly, every night the technological paradise of Uptown from the hell of crime and darkness in Downtown.
Like the rockstars who in such a short time have united for a fundraising megaconcert in solidarity for the victims of Sandy.

Everyone has done what in their life they know to do best: they dug with their hands, watched over people’s safety, played music.
We know how to run. We answered the call to run once you, last Wednesday, have declared that your city needed this signal.
Two days later, however, you appeared in TV and declared that conditions had changed. That the marathon, the same symbol of reconstruction after the tragedy of the Twin Towers, this Sunday would have been “source of polemic and division”.
We are not asking if you could have decided sooner, faced with the first images of the devastating effects of this hurricane.
We are not asking if it was fair to allow the sellers in the expo to keep all of the earnings from merchandising, before announcing the cancellation of the race.
We are not even asking which role was played, in this choice, by another much more important race, one with only two runners, programmed for next Tuesday and with its finishing line at the White House.
We simply express our uneasiness and our disappointment to see you publicly casting us in the role of 47 thousand rich people, crazy about running and insensitive to anything else – childish adults, not sad because of all the homeless people but because they will not be able to put up their little show next Sunday.
Instead, you should know that there is so much more than that. There is the best part of our lives. The dawn of fatigue, the physical pain, the sacrifices, the time stolen away from family and work, and also from sleeping hours, just to be able to train ourselves to be better, to sharpen your body and mind.
We are aware that the real victory does not belong just to whomever crosses the finishing line first, but also to all of those who share in the ability to overcome their limits, by giving one-hundred and ten percent of their all.
So, this is what we wanted to tell you, Mr. Mayor. Our best, this coming Sunday, would have been a lot of stuff. There would have been an entire world of people with its sweat, fatigue, tears, signs and messages of brotherhood and encouragement. It would have been an example, a sign of rebirth. No-one would have felt ashamed.
Make no mistake, we have eyes too. We see the same images as you see. We understand that today, in New York, there are different priorities. But we believe that it is fair to say that it is us who are coming out of this week holding our heads up high, not you.
We would have been willing not to run this marathon from the start, but surely once we left, we would have never pulled out, never given up.
This is all we wanted you to know, as marathon runners of Friuli-Venezia Giulia and their colleagues from all over the world.
With our best wishes for a new dawn of hope,
Antonio Bacci

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