Un saluto…

…a Paolo che ci ha lasciati, borbottando, come al suo solito. L’ennesimo papà  che lascia due figli e una moglie. L’ennesima morte per tumore qui a Civita, dove c’è una delle più alte percentuali d’Italia.

E…

Me li son rivisti tutti, sabato, i mesi passati al capezzale di mio padre. Ho rivisto le settimane di sofferenza, il dolore misto a sollievo dopo la sua morte. Ho rivisto tutto nel volto del mio amico Patrizio.

E…

Sono rimasto a guardarlo. A ripensare a tutte le volte in cui se ne parlava. E  io lì, che sentendolo parlare ritrovavo il me stesso di 16 anni fa, un ragazzino che si aggrappava ad ogni cenno di miglioramento. E non sapevo che fare. Perchè non è semplice dire a un amico che tu quel film lo hai già visto e che a meno di qualche inedito director’s cut, sai già come andrà a finire. E sai anche che in quel momento la speranza è l’unica cosa che riesce a tenerti su, e non vuoi togliergliela. Poi però ripensi a quando è successo a te e tutti ti avevano raccontato belle storie riguardo al fatto che le operazioni erano andate bene, che c’erano possibilità di miglioramento, che quell’ulcera – così me l’avevano servita – poteva guarire. All’epoca sapevo pochissimo di tumori. Ne avevo sentito parlare, così, in modo vago. Non c’era internet. L’enciclopedia ti dava quelle poche risposte che dovevi farti bastare. Io lasciai tutto così: con mia madre che mi diceva che era un’ulcera e i miei fratelli maggiori a reggere il gioco. E io che guardavo mio padre farsi sempre più debole, scarno, smunto. Quel bel sorriso che aveva sempre stampato in volto comparire sempre meno frequentemente. Li ho odiati per non avermi detto subito tutto e forse il rancore lo porto ancora dentro di me, anche se so perfettamente che volevano proteggermi. Quando Patrizio mi raccontava delle gambe del padre completamente consumate e che si poteva impugnarle con una sola mano…lì ho capito. In quel: “Pablo, se l’hanno dimesso senza dargli cure particolari, vuol dire che è andato tutto bene o che forse è troppo tardi…”, buttato lì con la speranza di sbagliarmi, mi son ritrovato a fare la parte del grillo parlante de noantri, cercando di far prendere coscienza dei fatti, senza voler essere brutale, ad un amico in difficoltà. E non credo di essere stato in grado di farlo.

Ora posso solo stargli vicino. Una volta di più, possibilmente meglio di quanto io non abbia fatto fino adesso.

Intanto oggi l’ultimo saluto a Paolo. Una delle poche persone capaci di farmi sclerare, mentre mi faceva modificare il disegno luci del suo spettacolo teatrale per la tremillesima volta in due minuti. Perchè era così: un rompicoglioni al quale volevamo tutti bene.

Ciao.

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