Perché correre…

…una maratona?

Riflessione ispiratami dalla foto che mi ha mandato ieri sera un’amica che s’è trovata bloccata dal fiume di gente che correva la Maratona di Roma. Si chiedeva, per l’appunto: “ma come ve va?”.

Se fate un giro sul web troverete un milione di risposte. Alcune saranno simili tra loro e vi renderete conto che le motivazioni sono quanto di più soggettivo ci possa essere. C’è chi lo fa per passione perché corre da una vita, chi per sfidare la mitica distanza percorsa da Fidippide (che poi non è la distanza realmente percorsa 2500 anni fa da quel povero disgraziato, ma su questo magari ci torniamo un’altra volta), chi lo fa per moda (ma siete pazzi?!?) e chi per mettersi alla prova.

Diciamocelo: nessuno si alza la mattina con la voglia di cimentarsi sui famigerati 42km (e 195 metri!) fatti di fatica (magari accompagnati da vento, freddo, caldo, pioggia, neve), mesi di preparazione che mettono a dura prova testa, fisico e rapporti interpersonali (le prese in giro degli amici che al pub ti vedono ordinare un succo di frutta o una bottiglia d’acqua anziché una pinta di birra, mogli e fidanzate che minacciano la separazione perché la domenica mattina hai fisso il lungo da 30km e il sabato sera niente discoteca…), un logorio fisico e mentale che ti porta più volte a pensare: “ma chi me l’ha fatto fare?!?”

42 km non sono pochi. Dal 2009, anno in cui ho corso la mia prima maratona (Dublino – 5h 16′), più di una volta mi son sentito dire: “tu sei matto” oppure “ma 10 km nun te bastano?” da gente incredula, non tanto che si possa correre quella distanza, ma che vi siano persone disposte a correrla senza alcuna velleità di vittoria. Così, tanto per farla.

La realtà è che una maratona non la corri “tanto per”.

Chiunque abbia fatto un minimo di sport conosce quel sentimento che ti spinge a spostare i tuoi limiti sempre un passettino più in là. Potremmo passare ore a disquisire se sia meglio porsene uno “ragionevole” (una distanza, altezza o un tempo oltre il quale non si è disposti ad andare) o tentare ogni sorta di follia per scovare il proprio limite “reale” (penso, per esempio, a quanti corrono una 100km o un Ironman di triathlon – cosa li spinge ad arrivare a tanto, se non un forte e inarrestabile desiderio di conoscere il proprio limite “reale”?). Come tanti altri discorsi, tipo se sia nato prima l’uovo o la gallina, rischieremmo di parlare giorni, mesi, anni e non trovare una risposta.

Ognuno la vede a suo modo, in base alla sua storia personale e al proprio carattere. Io da tempo mi sono posto la maratona come mio limite orizzontale (42,195 km per me bastano e avanzano). Nonostante una mal celata curiosità di come possa essere, andare oltre i 42k, arrivare al muro dei 100 km, non mi interessa. Almeno per ora.

Tornando al dilemma originale: perché mai una persona, che non sia un top runner o un runner amatoriale di buon livello, dovrebbe aver voglia di correre la maratona?

Io vi dico la mia motivazione: perché è il punto di arrivo e ripartenza di un percorso di vita, nonché un allenamento alla vita stessa.

Ogni giorno una persona si alza, va a lavoro o studia, mette più o meno impegno in quello che fa, poi torna a casa, dorme e la mattina dopo è nuovamente pronta a ricominciare il suo “allenamento quotidiano alla vita”, un allenamento fatto di appuntamenti, scadenze, difficoltà di vario livello, gioie e dolori.

Il mio allenamento podistico quotidiano, quando non preparo una maratona è simile. Corro. Un giorno un po’ di più, un giorno un po’ di meno, una volta più veloce, una volta un po’ più lento perché non mi sento tanto in vena o c’è vento contro, un giorno riposo. E’ una vita parallela che mi aiuta a tenere botta ai cambi di ritmo dell’altra vita, quella che fanno tutti.

La maratona (intesa sempre come 42km), è il mio Master, il mio stage non retribuito, il mio corso di formazione. E’ quell’allenamento extra che ti prepara a quei periodi della vita nei quali hai un milione di cose da fare, pensieri, stress, difficoltà di ogni sorta e ciò nonostante devi trovare la forza per andare avanti. L’allenamento che ti fa capire che è quando sei quasi arrivato che devi tirar fuori le risorse inaspettate che neppure sapevi di avere. La testa – o, come diceva  mio nonno, la tigna – che ti fa percorrere quegli ultimi chilometri senza avere più energie, con le gambe di marmo e la schiena che duole.

E’ un allenamento mentale, oltre che fisico. E’ la consapevolezza di poter arrivare in fondo a tutto, o quasi. C’è chi raggiunge questa consapevolezza con la meditazione, chi con la religione, altri fanno corsi di autostima. Io corro le maratone.

Ci vogliono dedizione e costanza, fattori che però da soli non bastano. Come nella vita, si deve fare il possibile per arrivare preparati a un determinato appuntamento, ma non è detto che ti dica bene. E anche se tutto fila liscio, ci saranno i momenti di difficoltà, l’annebbiamento procurato dalla fatica, il “mai più!!” urlato nel pensiero o ad alta voce, e poi…

Poi arrivi al traguardo. Fermi il cronometro e dopo dieci minuti avresti voglia di ricominciarla, se non fosse per le gambe che ti dicono: “nun ce pensà proprio te dico fermete e t’aridico plachete”. E sei lì che pensi alla tua prossima sfida, a cosa puoi fare per migliorare te stesso e la tua corsa. O la tua vita. Dopo – o durante – un momento buio della vostra vita, non avete mai pensato a come avreste potuto cambiarla in meglio, se tutta quella fatica fatta è valsa a qualcosa? Stringere i denti ha avuto un senso? Aver tenuto duro un giorno, un’ora, un minuto di più ha avuto senso?

Correre una 42km – correre in generale –  ti fa capire molte cose su chi sei e fin dove puoi arrivare. Ti insegna ad ascoltare il tuo corpo e i tuoi pensieri, a reagire sotto stress, a convivere con i sentimenti di sconforto e paura (si, paura: di non farcela, di farti male, di deludere te stesso e gli altri, fate voi…). Soprattutto, quando arrivi in fondo ti senti bene. Ma proprio bene!

Questa è la mia esperienza, il mio pensiero. Mi piacerebbe trovare il feedback di qualche altro runner per vedere cosa ne pensa.

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