“Mia filia…

…è crudele!”

Aiuto a rialzare la signora che è caduta addosso alle fioriere della pizzeria che ho di fronte al negozio. Ha l’alito che puzza d’alcole.

La signora è angosciata. Barcolla, e non saprei dire se per colpa dell’intruglio alcolico che ha in corpo o se per lo stato confusionale in cui versa.

L’aiuto a sedersi. Piange. Respira affannosamente. Non è di qua. E’ di un nordico regno e fiera di esserlo. Ha gli occhi talmente chiari che neppure il pianto li arrossisce. Il volto è trasfigurato dal dolore. Le prendo una bottiglietta d’acqua.

“Mia filia è crudele!” mi ripete. 

Poi si calma un poco. Conosco la figlia e conosco lei.

E’ da poco in Italia e conosce tre parole. Forse quattro. Cerca di farsi capire tra un singhiozzo, un sospiro e un lamento.

Inizia col dirmi che lei per anni ha dato tutto. Per anni s’è privata del pane per lei. Che lei – la figlia – è cattiva. Si sente odiata, non voluta. Si sente di troppo, un ospite inopportuno. Dice che anche se non lo dà a vedere, il marito di lei cerca di allontanare ancor di più la figlia dalla madre.

Prova in tutti i modi a farsi capire, ma ogni tanto ricomincia il pianto. 

“Lei mi ha detto che se faccio così o così (mima il tagliarsi i polsi e la gola) non gliene importa nulla”

Mi scende il gelo nel cuore e nell’anima. 

“Lei non vuole più che vedo T.”.

T. è il nipotino di 15 mesi. Una bellezza bionda e boccolosa. Mi fissa.

“Tu sei scorpione?”

Annuisco.

“Anche T. è scorpione. Gli scorpioni ridono poco. Sempre pensieri.”

Mi vien da sorridere. Sorriso che svanisce quando mi ricomincia a parlare della figlia. Del fatto che da due settimane non le fa vedere T., che continua a dirle che per lei è morta e sepolta, che non è sua madre. “Era bella. Era gentile. Non conosco mia filia.”

Continua a ripetermi che domani o dopodomani lei si ammazzerà. Che non ha paura. Che era volontaria della Croce Rossa ai tempi della guerra in Cambogia e che è stata sequestrata per 3 settimane. Che non ha paura. Che nel momento in cui la persona che più ami ti ripudia, non sei più nessuno. Che non ha paura. Di tagliarsi i polsi. Di nuovo.

Ascolto impotente, ripetendogli che non deve farlo. E poi, non si può morire di lunedì. Da soli.

“Mia filia è crudele!” mi ripete.

Un’ora interminabile. Una fatica dell’animo.

Finisce la bottiglietta d’acqua, si mette gli occhiali da sole e mi guarda. “Grazie per parlare. Rimane da me e te.”

Si alza. E’ stanca come uno di quei reduci che fanno ritorno dal campo di battaglia.

“Domani o dopodomani.”

Se ne va.

Io resto lì con l’amaro in bocca e il cuore pesante. Devo cercare di rintracciare la figlia e parlarle? Sì, devo farlo.

A scuola non te l’insegnano. Come affrontare certe cose, intendo.

Domani o dopodomani.

Intanto vado a chiamare mia madre per dirle quanto le voglio bene.

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