La RomaOstia…

…è la mezza maratona più partecipata d’Italia.

La avvolge un mistico alone fatto di leggenda, un blasone che viene dai nomi che hanno percorso i 21, 097 km che dall’Eur portano al lungomare di Ostia. C’è il nome di Stefano Baldini, tanto per dirne uno a caso.

Ne sento parlare da prima ancora che iniziassi a correre, spesso appaiata ad altri nomi storici come la Stramilano, la Maratona di New York, la 100 del Passatore.

La mia prima RomaOstia, quella del 2014, l’ho corsa senza pettorale.

Non era in programma e vessato dagli infortuni e dai contrattempi, non ho avuto modo di prepararla. Così ho deciso di seguire un mio caro amico, Valerio, al suo primo cimento sulla distanza della mezza maratona.

Mi son messo in disparte, poco prima del terzo chilometro, all’altezza di una curva che immette sulla Cristoforo Colombo, in attesa di incrociare il buon Valerio nel gruppo degli umani.

Il gruppo degli extraterrestri l’ho visto passare poco dopo le 9:20 del mattino: una decina di atleti africani che sembravano fare un altro sport. Ne sono rimasto incantato: la circolarità del movimento, l’agilità, l’occhio fisso sull’orizzonte, il respiro profondo, ma delicato. 

Leggiadria.

Mi son passati davanti senza quasi far rumore, gazzelle – se mi perdonate la banale associazione – in una savana di asfalto. In loro vedo il destino compiersi per chi è nato per fare una sola cosa: correre.

Poco pù indietro, un gruppo misto di atleti africani con un paio di atleti non africani.: mosche bianche, nel vero senso della parola. Granelli di sabbia messi lì a cercare di inceppare l’ingranaggio, a tentare di interrompere il dominio di quei figli degli altipiani che non sembrano fare alcuna fatica mentre viaggiano a 21 km/h.

C’è Ricatti, l’atleta di riferimento della nostra beneamata Italia, che arriverà diciassettesimo (per poi piazzarsi quarto alla maratona di Roma del 23 marzo). Fatica, ma c’è; il che è confortante.

Sfilano i gruppi di atleti, poi arrivano due atleti in solitaria. Il primo non lo riconosco, ma quello immediatamente dopo è Luca, colui che m’ha messo in testa che anche io potevo scendere sotto i 5 minuti al km. Sta bene, è reattivo. Saluta col pollice in su stile Fonzie,  mi sorride, è carico. 

Chiuderà quarantesimo, non male per un amatore che a novembre 2013 s’è piazzato 102° alla Maratona di New York.

Dopo un po’ passa anche Roberto, un altro ragazzo del nostro team – Santa Marinella Athletic Club – che ha preparato bene la gara. Si è allenato bene, si è impegnato e ce la sta mettendo tutta. Chiuderà 116° in 1h 15′. Un gran bel correre.

Dopo una quindicina di minuti arriva Valerio: mi pare stia andando troppo lento, ma non ho un riferimento attendibile. Mi unisco a lui e  due suoi amici che ridono e scherzano. Dopo qualche centinaio di metri mi rendo conto che il ritmo è davvero troppo blando: più di 7 minuti al km, così gli faccio capire che è ora di lasciare i suoi amici e di alzare un pochino i giri del motore.

La prima vera salita della corsa non è poi così terribile come sembra, anche se Valerio ha paura di spingere troppo. Lo tranquillizzo rallentando di poco il ritmo. La gara prosegue tra una battuta e un commento sugli altri partecipanti: non ha mai partecipato a gare così affollate e se ne vedono davvero di cotte e di crude. Continuiamo nella nostra azione di corsa e lui mi indica il parco dove è solito allenarsi. Lo vedo tranquillo, impegnato nello sforzo, ma tranquillo.

Quasi non ci crede quando arriviamo al 15° km! “Non ho mai corso così tanto!” mi dice.

Vedo i suoi occhi brillare e ci rivedo il me 28enne alla mezza dei Castelli di qualche anno fa: intimorito ed emozionato per quell’avventura che mi portava oltre la soglia dei 15km.

“Da qui in avanti si fa dura” – gli dico – “parlo solo io, tu conserva il fiato e parla solo se vedi che stiamo andando troppo forti o se hai dolori insopportabili. O se stai per svenire.”

Capisce che sto scherzando sullo svenire, ma capisce pure che son serio su tutto il resto. Mantiene il ritmo, stringe i denti. Lo vedo lievemente affaticato quando superiamo il 18° km, ma vedo anche nei suoi occhi quella concentrazione e quell’emozione propria solo di chi comprende che è a un passo dal traguardo e che non può mollare proprio ora.

Il tracciato ci aiuta: gli ultimi chilometri sono tutti in piano e da quando ho iniziato a scortarlo non abbiamo fatto altro che superare altri runners. Alcuni sono stremati, altri sono addirittura sdraiati a terra sul ciglio della strada, avvolti in coperte termiche col personale medico a prestare soccorso. In cuor nostro speriamo non sia nulla di grave e proseguiamo.

E’ il 19° km quando gli dico “ti senti di tirare l’ultimo km e mezzo?”. Mi fa cenno di “sì” col capo e col fuoco negli occhi.

Al 20° km, le lacrime. Non di dolore o disperazione, bensì di gioia. Quelle lacrime che vengon su dal cuore quando non riesci più a trattenere le emozioni e i nervi cedono lasciando che l’adrenalina scorra a fiumi. “Non ci credo” ripete. Lo lascio con i suoi sentimenti, voglio che assapori il momento; perchè lo sport – non solo la corsa –  è fatto di questo: fatica e dolore che si trasformano in gioia pura, semplice, intima.

L’ultimo chilometro lo corriamo a 5:20 al km: adrenalina, delirio di onnipotenza, fate voi. A cento metri dall’arrivo lo spingo con la mano ed esco dal tracciato gridandogli dietro un “goditelo tutto!” che solo chi è arrivato in fondo a una gara, a un progetto, a un percorso di vita, può capire.

Sul bus che ci riporta a casa si addormenta con la medaglia di finisher in mano.

Valerio ha contribuito ad alimentare la leggenda di una corsa alla quale forse un giorno parteciperò con un pettorale sorretto da quattro spille, ma che per ora è ancora lontana dai miei programmi.

In testa al momento c’è l’asia, il Giappone e…

Ci siamo capiti? 😉

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