“Vivo…

…ora, qui, con la sensazione che l’universo è straordinario, che niente ci succede per caso e che la vita è una continua scoperta. E io sono particolarmente fortunato perché, ora più che mai, ogni giorno è davvero un altro giro di giostra.” [Tiziano Terzani]

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Buongiorno.

Il quesito…

…del giorno è:
“State correndo su di un sentiero quando, improvvisamente, vi ritrovate la strada bloccata da un cancello chiuso.
Cosa fate?
A- Lo scavalcate.
B- Lo aggirate.
C- Passate attraverso le travi di legno.
D- Cambiate strada.”

Tratto da una storia vera.

“Sembra…

…tutto accendersi come con le luci di Natale” cantava Max Pezzali qualche anno fa.

A Civitavecchia non è più così.
A Civitavecchia abbiamo l’austerity.
A Civitavecchia abbiamo i grillini che combattono la cancerogena centrale Enel decidendo di non mettere luminarie per le strade, pur mantenendo lampioni accesi per strada.
A Civitavecchia abbiamo funzionari comunali che chiudono gli occhi su scomode realtà illegali e anzi, vanno pure a mangiarci.
A Civitavecchia abbiamo la gente che “l’inquinamento della centrale no” ma le navi del porto e l’auto pure per andare a comprare le sigarette sotto casa, sì.
A Civitavecchia abbiamo la camorra che si nasconde in piena luce e la mafia cinese che neanche si preoccupa di salvare le apparenze.
A Civitavecchia i vigili ti fanno la multa perchè “sei l’unico in regola con l’autorizzazione per la somministrazione di alcolici”.
A Civitavecchia la gente mangia il pesce fresco di lunedi mattina, quando il mercato del pesce è chiuso perchè i pescherecci la domenica non escono.
A Civitavecchia non abbiamo le luminarie.
A Civitavecchia non abbiamo un’amministrazione.
A Civitavecchia non abbiamo un servizio di raccolta rifiuti degno di tal nome, però devi sborsare 600€ l’anno per mantenerlo.
A Civitavecchia abbiamo sorgenti di acqua scaturite da tubature danneggiate e riparate dopo mesi.
A Civitavecchia non abbiamo vigilanza.

A Civitavecchia dobbiamo arrangiarci per sopravvivere, ogni giorno, a una nuova tassa o un nuovo malgoverno.

Un’Italia in miniatura, insomma.

Non capisco…

…come faccia la gente a resistere alla tentazione di uscire in strada e godersi la pioggia che cade.

Io non ci riesco.

“Vola via…

…su tra le stelle va…”

Era il ritornello della sigla di Moby Dick 5, uno dei miei cartoni animati preferiti.

Ma stavolta la canzone non si riferiva alla mitica balena bianca, bensì alla prima astronauta italiana in orbita: Samantha Cristoforetti.

La canticchiavo nella testa mentre aspettavo notizie del decollo, bloccato a lavoro e impossibilitato a vedere le immagini in diretta. La canticchiavo con una strana emozione, un sentimento che affonda le radici nei miei sogni di bambino, sogni fatti di voli spaziali, pirati stellari e robot che combattevano negli spazi siderali. Quel sogno infranto di diventare astronauta a causa di un fisico che non me lo permette, ma che non mi impedisce di tifare per ognuno di questi fantastici uomini capaci di andare lassù.

E poi lei: Samantha. Viso simpatico e paffuto, un sorriso sempre stampato in faccia, cervello che fuma e palle quadrate, più di tanti uomini. La prima donna italiana in orbita.

Poi, la triste presa di coscienza che questo paese mi è sempre più estraneo. Da un lato c’eravamo io e tanti italiani che questo 23 novembre lo aspettavamo da mesi e dall’altro l’Italia del calcio e della politica che se ne fregava.

Domenica sera è stata scritta la storia, ma soprattutto è stata scritta una bella storia. E a questo popolo servirebbero davvero delle belle storie, storie di lotta ostinata e determinata per raggiungere i propri obiettivi, per realizzare i propri sogni, momenti di poetico eroismo che – forse giustamente e naturalmente – vengono sminuiti dalla quotidiana e faticosa lotta alla crisi economica e culturale, qui dove i sogni son sempre di meno e la gente non guarda più verso il cielo, troppo impegnata a cercare in terra le briciole che ci vengono lasciate.

Lo capisco e il rammarico cresce, e l’unica cosa cosa che mi risolleva l’animo è guardare il cielo stellato, con la certezza di capire molto di più come vanno le cose lassù che non di come vadano quaggiù.

A mente fredda…

…mi viene comunque voglia di scrivere pagine e pagine sulle emozioni provate domenica scorsa a Ravenna.

Vorrei raccontarvi di una gara fatta tutta spingendo di chilometro in chilometro, senza sbagliare strategia o un solo rifornimento.

Vorrei trovare le parole per descrivere le lacrime del 41esimo km quando ho guardato per la seconda volta in tutta la maratona il cronometro e ci ho letto: 3h 28′ 12″.

Quell’ultimo chilometro passato a ricordare tutto:

La notte del 12 febbraio 2007 quando mi sentii male per via della mia obesità.

I primi timidi passi, goffo e imbarazzato, un elefante a cui la corsa non era mai piaciuta.

I primi 5 km corsi di fila.

La mia prima 10 km.

La mia prima mezza corsa in 2h e 21′

La mia lotta cocciuta e strenua contro i “ma chi te lo fa fare?” della gente e della mia mente.

Dublino e la mia prima maratona.

Tokyo, l’infortunio e la voglia di abbandonare tutto.

Luca, gli amici e tutte quelle persone che mi hanno spinto a migliorarmi fino a scendere sotto le 4 ore.

Bolsena, il mio primo premio di categoria e la mia prima 10k sotto i 45′

Atene e l’unica, vera, Maratona.

Montalto e Osaka, crocevia di un me che cercava, una volta di più, se stesso dopo un 2014 costellato di infortuni e intoppi.

Quegli ultimi 195 metri, corsi in solitaria a braccia spalancate come a voler abbracciare tutti quelli che mi aspettavano al traguardo, con lo speaker che annunciava l’arrivo del pettorale n.20, quel tizio con quel cognome pesante con un macigno: Baldini – Italia.

Quegli ultimi 195 metri della mia gara più bella, 42.195m corsi in 3h e 34′, li dedico a me, a mia madre che ci crede non credendoci, a Luca che ci ha sempre creduto pur dovendo mandar giù le mie stranezze, e a tutti voi che mi leggete e spesso sui network mi incoraggiate e mi sostenete.

Grazie di cuore e arrivederci a Roma 2015, oltre a Parigi, forse Lochness o il Mugello e …

NEW YORK!
(Se trovo il pettorale)

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In attesa…

…al gate C1 dell’aeroporto di Doha per imbarcarmi sul volo per Osaka.
Aeroporto strano quello di Doha: credo sia l’aeroporto più silenzioso del mondo.
Fiumicino stamattina era tutto un brulicare di viaggiatori che facevano un chiasso infernale.

Non Doha.

Arrivi ed è la quiete ad accoglierti, oltre a un negozio che offre datteri, noci, spezie e altre prelibatezze del deserto.

Il deserto.

L’ho visto dall’alto me tre arrivavamo. È stata la prima volta per me, abotuato a tratte che sorvolano mari, monti innevati e brughiere.

Ho l’imbarco alle 00:35 e qui è tutto un viavai di gente di ogni nazionalità, tra cui spiccano tante donne dal viso coperto con un velo nero.

Non ho mai avuto un’opinione ben definita al riguardo, tuttavia, il mio radicato rispetto per le usanze altrui ha sempre vinto l’eventuale istintivo dissenso verso le stesse.

Non mi pronuncerò certo ora, ma vederle camminare dritte e fiere, lasciando intravedere solo quegli occhi di indicibile bellezza, mi fa pensare che forse a volte pecchiamo un po’ troppo di arroganza e di egoismo, pretendo di essere depositari di ogni certezza senza sforzarci di comprendere una cultura diversa dalla nostra.

Tra poco si vola a Osaka.

Buonanotte.